Educazione permanente e apprendimento continuo

Quando penso all’educazione permanente penso inevitabilmente all’educazione che matura e si sviluppa nell’intero corso della vita.

Apprendimento per tutta la vita o lifelong learning, come usano dire gli anglosassoni.

Educazione permanente/per la vita che possiamo “leggere” sia come disciplina, dal punto di vista prettamente accademico, sia come educazione permanente in toto, intesa nell’accezione più ampia, “pratica” e completa del termine. 

 Mi spiego.

Fra le tante definizioni di “educazione permanente” proposte dalla letteratura dedicata, ho pensato che la piu’ completa dal punto di vista disciplinare/accademico fosse quella fornita nel sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, secondo il quale l’educazione permanente “rappresenta l’insieme delle opportunità educative formali e non formali, rivolte ai cittadini, sia italiani che stranieri, in età adulta”.

Quindi educazione permanente come “contenitore” di tutte le opportunità educative rivolte alla totalita’ della popolazione adulta, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dall’ etnia, o dalla fede/religione di appartenenza etc…

Con insieme delle opportunità educative formali si indicano le concrete opportunità educative dispensate nei tradizionali istituti d’istruzione e di formazione, che portano all’ottenimento di diplomi e di qualifiche riconosciute.

Opportunità educative formali sono quelle rappresentate dalle lezioni scolastiche ed universitarie ad esempio, nonché quelle legate alla frequenza di corsi di formazione che comportano il rilascio di qualifiche legalmente riconosciute (es. corso di contabilità con rilascio la qualifica).

Le opportunità educative non formali sono invece quelle erogate al di fuori delle principali strutture d’istruzione e di formazione e di solito non portano a certificati ufficiali.

Opportunità educative non formali, ad esempio, possono essere considerate quelle dispensate sul luogo di lavoro o nel quadro di attività di organizzazioni o gruppi della società civile.

Per fare un’ esempio concreto, opportunità educative non formali sono quelle dispensate dall’associazione culturale e di promozione sociale con la quale collaboro da diversi anni, Dimensioni Parallele Teatro. Attraverso questa associazione infatti, vengono promosse opportunità educative sul territorio, a cominciare dai laboratori di teatro che si tengono annualmente, aperti a tutta la cittadinanza, alla promozione di eventi/spettacoli a favore della comunità.

Altre opportunità educative sono quelle offerte dalle associazioni giovanili, dai sindacati o dai partiti politici.

Accanto alle occasioni di educazione non formale, si possono citare anche quelle di carattere informale, cioè tutte le opportunità educative che si possono cogliere nel “corollario naturale della vita quotidiana”.

Questo vuol dire che nella nostra quotidianità, possiamo “ritagliarci” delle opportunità educative per noi stessi, quali che siano andare al cinema per assistere ad un film d’essai, ad esempio, o trascorrere il nostro tempo libero in giro per musei, o semplicemente studiare una lingua straniera con gli audio libri, magari sul divano dopo cena. Tante volte possiamo anche essere inconsapevoli delle occasioni educative di cui possiamo usufruire nella nostra quotidianità…

 Tali occasioni educative, a prescindere da dove vengano erogate tuttavia, ( sedi di istruzione formale? non formale? informale? ), si rivelano importanti per l’Uomo nella misura in cui queste occasioni educative si traducono in un effettiva esperienza di apprendimento.

 E’ importante capire infatti che, per quanto io possa impiegare gran parte del mio tempo in un’attività ( penso alla frequenza scolastica o al tempo dedicato al lavoro ad esempio…), non è ovvio che questa esperienza produca in me un effettivo apprendimento. Questo perché l’apprendimento ha radici soggettive e si auto-costruisce costantemente, in un percorso ricorsivo di auto-costruzione del soggetto che apprende. Ecco perché diventa indissolubile il binomio educazione permanente e apprendimento continuo.

 Si può dire che non vi è educazione senza apprendimento e non vi è apprendimento senza educazione. In quanto, come afferma anche l’enciclopedia Treccani “l’educazione moderna si propone di sviluppare gli ‛apprendimenti’, cioè la possibilità di un continuo superamento di ciò che è acquisito”.

Quindi “apprendimento” come continuo superamento di ciò che è acquisito. Per citare Piaget, psicologo ed epistemologo svizzero, fondatore dell’epistemologia genetica ( disciplina che studia le origini della conoscenza), nonché padre del costruttivismo, i meccanismi di formazione delle conoscenze (e quindi degli apprendimenti) si costruiscono in un processo ricorsivo di assimilazione a accomodamento.

 Cosa si intende nella pratica quotidiana con assimilazione e accomodamento?

 Quotidianamente, assimiliamo informazioni sul mondo che ci circonda attraverso la percezione, cioè il “filtro” fornito dai nostri cinque sensi. E’ in questo modo che riusciamo a farci una rappresentazione del mondo che ci circonda, ad assimilare e ad immagazzinare le informazioni nella nostra mente. Chiaramente, le informazioni devono essere recuperate e utilizzate al momento opportuno: per far questo, devono essere organizzate in modo chiaro.

 Si può dire che la nostra mente funziona come la creazione delle cartelle in cui archiviamo i files nel nostro pc. A seconda dell’argomento che ci interessa, “incaselliamo” i nostri file. Io ad esempio ho creato una cartella di “sviluppo personale” nella quale ho inserito altri file, incasellati a loro volta in altre sotto-cartelle (es. concetto di sé, autoformazione etc…).

La nostra mente si comporta nello stesso modo quando assimila informazioni utili, per svolgere al meglio le attività a cui ci dedichiamo quotidianamente. Penso a quando ci troviamo nella condizione di dover assimilare delle informazioni relative al lavoro che svolgiamo. Informazioni relative alle conoscenze procedurali del lavoro stesso, per esempio. Penso a quando dobbiamo imparare, e quindi apprendere in modo significativo, la procedura di chiusura cassa di un negozio, per esempio. La corretta procedura di chiusura presuppone che abbiamo assimilato in un certo schema organizzativo, le informazioni/procedure relative alla chiusura. Informazioni che la nostra mente ha incasellato in un certo modo, per essere poi recuperate sempre al momento opportuno (quando dovremo fare la chiusura, appunto).

 Nel momento in cui assimiliamo delle informazioni, ci troviamo però anche a dover riorganizzare quelle stesse informazioni che abbiamo acquisito, alla luce dei nuovi apprendimenti ( cioè delle nuove informazioni “in entrata” che abbiamo assimilato).

 E’ in questo senso che parliamo di accomodamento, il quale può essere considerato come un processo di trasformazione, di allargamento, o di modifica – a volte addirittura radicale – dello schema organizzativo che si era utilizzato fino a quel momento.

 Così, come quando al pc aggiungiamo una nuova sottocartella, modificando lo schema di organizzazione dei file creati in precedenza, la stessa cosa avviene nella nostra mente, quando ci troviamo a riorganizzare delle informazioni precedentemente assimilate.

 Se ad esempio nel mio negozio si impone un nuovo programma gestionale per procedere alla chiusura della cassa contabile, mi troverò a dover riorganizzare le informazioni assimilate precedentemente, alla luce delle nuove informazioni/procedure, che verranno integrate e sostituite alle precedenti (processo di accomodamento).

 A questo punto possiamo indicare in che cosa consiste l’apprendimento per Piaget: esso si realizza grazie a un continuo equilibrio (dinamico o fluttuante) fra assimilazione di nuovi contenuti e accomodamento degli schemi a ciò che si sta cercando di assimilare.

Per concludere il discorso sul binomio indissolubile tra educazione e apprendimento, ripropongo quanto affermato dall’enciclopedia Treccani on line: “Tutto ciò che noi viviamo, nelle infinite situazioni della nostra esistenza, è generatore di learning. Soltanto l’abitudine, cioè la ripetizione di gesti identici in situazioni identiche, limita il ruolo del learning. Man mano che si accentua il dinamismo in cui viviamo, un atto qualsiasi è sempre in larga misura unico, la risposta a uno squilibrio nuovo e originale realizzato dal gioco degli elementi del campo culturale”.

Così “è apprendimento imparare ad andare in bicicletta, a nuotare, a giocare a bridge o a tennis; è apprendimento imparare una poesia di Victor Hugo o la serie dei re di Francia; è apprendimento imparare a ‛capire’ il senso di parole come ‛mitosi’, ‛Dio’, ‛democrazia’, ‛guerra’, ecc.; si apprende ad avere paura, ad avere fiducia, ad essere coraggiosi o timidi; si apprende a seguire un ideale politico, sociale o religioso; si apprende l’egoismo o l’altruismo, l’odio o l’amore: si apprende ad avere un interesse, una motivazione per questa o quell’azione, per questa o quella persona, ecc.”

Si può dire che “la grande differenza tra l’animale e l’uomo è che, mentre nel primo la crescita è contenuta nei suoi propri limiti, nell’uomo l’ampiezza degli apprendimenti che vengono ad aggiungersi alla sua natura è praticamente illimitata”.


 

 

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