Archivi tag: catastrofismo

1985 = 2015

Dato che di recente ho tagliato il traguardo dei “30 anni”, ho pensato di riproporre un documento redatto nel 1985 dal magistrato Carlo Alfredo Moro (1925 – 2005), fratello del più celebre politico e giurista  Aldo Moro, assassinato nel 1978 .

Nell’estratto, tratto da Euridyce 1985. L’anno nell’educazione e nella formazione, Carlo Alfredo Moro descrive otto caratteristiche di quella che era la sua Società nel 1985. Il testo risulta comunque estremamente attuale, in linea con “l’uomo del Brand” che ho delineato più dettagliatamente nell’articolo Quale uomo essere nella società post-moderna? ( articolo reperibile al link http://www.in-formazione.net/quale-uomo-essere-nella-societa-post-moderna/)

(…) Se vogliamo essere veramente onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che le culture egemoni nella nostra vita sociale, e quindi i messaggi di vita inviati alle nuove generazioni, sono in perfetta correlazione con gli atteggiamenti che condanniamo e che ci preoccupano. Invero, nella nostra vita sociale dominano:

1- una “cultura dell’accumulazione” dei beni come unica espressione della valenza personale, della pienezza umana, della realizzazione di sé. Solo chi possiede molte cose ritenute, anche se artificiosamente indispensabili è omogeneo e omologato al modello umano che viene proposto; solo a chi riesce a imporsi agli altri e sugli altri ha significato e valore; importante è solo apparire più che essere. Il che porta il giovane o a cercare di procurarsi a qualunque costo ciò che ritiene indispensabile, o a sentirsi un fallito e un emarginato che reagisce alla conseguente frustrazione con le diverse forme di fuga dalla vita propostegli quotidianamente;

2- “una cultura della perenne novità” per essere e sentirsi vivi, per non fossilizzarsi, per acquisire sempre nuove esperienze che sole arricchiscono e mantengono giovani. Il sostanziale disprezzo per la virtù della fedeltà – che non è come si crede la virtù statica dell’abitudine, ma l’esatto contrario, perché radicata sulla giovinezza della quotidiana scoperta che fa tutto nuovo-, come il banale continuo ricorso alla formula “prendi, usa e butta”, portano ineluttabilmente a una superficialità di rapporti, a una frenesia di consumo del nuovo, a una impossibilità di trovare appagamenti significativi, spesso distruttive per una personalità in formazione, che ha estremo bisogno di chiari punti di riferimento e di una continuità di crescita;

3- “una cultura della diversità tra gli uomini” per cui si vale solo se si ha potere, forza, identità con lo stereotipo di “uomo moderno”, cioè efficiente e spregiudicato; si è sottouomini – un sociologo ha detto “gli invisibili” – se si è anziani, handicappati, diversi, deboli, fuori dei circuiti che contano. Ciò implica un disprezzo per gli altri, ove non abbiano la forza di farsi valere, e un crollo del clima di reale solidarietà;

4-“una cultura della negatività” secondo cui non esiste un’identità dell’uomo, non ha senso la vita, non vi è un passato da cui trarre insegnamento né un futuro da costruire. Vi è solo un presente da sfruttare per ottenere il massimo di piacere epidermico, che ogni individuo può catturare;

5- “una cultura del catastrofismo” che nega la storia, la temporalità, il progresso, e dileggia l’impegno nella vicenda quotidiana e la fatica delle opere e dei giorni dell’uomo. Se nessuna redenzione umana è possibile e la convivenza sociale è solo triste necessità, l’individualismo più sfrenato deve prevalere a ogni costo e i compagni di viaggio sono solo oggetto di utilizzazione e sfruttamento;

6- “una cultura della vita come spettacolo” per cui vale solo il gesto emblematico e spettacolare, solo l’essere protagonista nel bene e nel male. Nella civiltà dello spettacolo non vi può essere posto per la pietas ( n.d.a: pietas intesa come atteggiamento di comprensione e solidarietà) nei confronti dell’altro o di chi soffre, non vi può essere rispetto per l’altro;

7- Una “cultura dell’onnipotenza” personale o di gruppo, perché tutto è dovuto a sé e nulla agli altri; ogni limite è arbitrario e “castrante” (…);

8- “una cultura dell’infantilizzazione” basata sull’emotività anziché sulla razionalità, sull’aggregazione al gruppo anziché sulla ricerca di una costruzione personale (…);

Se tutto ciò è vero, non può meravigliare che i giovani, che (…) non accettano una declamazione di valori non vissuti, attuino in modo non ambiguo né ipocrita, ma portandoli alle estreme conseguenze, quei valori o pseudo valori su cui si radica la società in cui vivono (…).

Fonte: Eurydice 1985. L’anno nell’educazione e nella formazione,
Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1986

Annunci